Lezioni di management dal caos-pandemia

La pandemia di Covid 19 ha enormi conseguenze sugli stili gestionali delle organizzazioni. Che si tratti del livello governativo o d’impresa, nel settore pubblico come nel privato, la crisi in atto ridefinisce gli stili di management, inidonei nel gestire attività diverse dalla consuetudine. L’instabilità economica che contraddistingue una società assediata dal virus richiede modalità decisionali inedite, scarsamente rappresentate dell’attuale classe manageriale. Le parole di Antonio Gramsci oggi sembrano della massima attualità: le crisi rappresentano quei momenti in cui il vecchio muore e il nuovo stenta ad affermarsi.

In una recente ricerca di Anra, Associazione Nazionale dei Risk Manager, emerge l’incapacità alla gestione delle crisi da parte di molti CEO e dirigenti. Il 51% delle imprese non dispone di un piano di crisis management. E’ un problema culturale, diffuso non solo nelle PMI, dove il management è di tipo intuitivo, ma anche da parte di molte multinazionali. Già nel 2018 un report dell’Etishere Institute evidenza come le più grandi imprese al livello internazionale hanno dei piani di crisis management focalizzati solo sui rischi più noti: ambientali, attacchi cyber o legati alla reputazione istituzionale. Di pandemia non c’è traccia.

Ecco che i miti legati al crisis management appaiono in tutta la loro evidenzia. Di qui la credenza diffusa: “La crisi non ci riguarda direttamente, e se dovesse esplodere sarà un caso isolato”. Prima che l’epidemia esplodesse, la maggior parte dei manager di piccole e grandi aziende pensavano questo. La realtà ha messo davanti ai manager un dramma ben diverso. La crisi odierna riguarda tutte le imprese, è un episodio globale. Da qui l’impreparazione ad affrontarla, con le relative conseguenze sul versante economico e non solo. La crisi odierna ha tre caratteristiche specifiche: è subitanea, incerta sulle conseguenze e di difficile imputabilità. Questo produce degli effetti devastanti.

La prima conseguenza è il caos. Tante risposte differenti e contraddittorie. Poi c’è il conflitto, tra chi è nel giusto e chi sbaglia. Segue la paralisi, nessuno sembra più in grado di prendere le decisioni che contano. Infine c’è l’ansia, per il presente ma sopratutto per il futuro. Da qui una serie di comportamenti errati, che alimentano la crisi stessa spingendola oltre il suo decorso naturale. Va da sé, quindi, che la preparazione dei manager è fondamentale. Occorrono competenze nuove, orientate verso strategie di focalizzazione e di networking, tali da consentire interventi selettivi e di ampio respiro. Solo in questo modo è possibile fronteggiare la “cacofonia” che ci gravita intorno.

Rispetto alle crisi del passato, quella da Covid 19 mostra pienamente le nuove dinamiche della globalizzazione. Qualsiasi problema locale diventa globale. E’ l’effetto farfalla, noto ai fisici e ai teorici della complessità. Ciò significa essere pronti alle emergenze, modificando all’occorrenza gli stili di comportamento e le forme organizzative. Le nuove crisi saranno sempre più condivise. Nessuno può definirsi immune. Sul fronte istituzionale occorre saper rafforzare la coesione, tra nazioni, organismi internazionali, enti locali, associazioni di rappresentanza e imprese, profit e non profit. Il sociologo Edgar Morin parla di “comunità di destino”. Per il fatto di essere tutti esposti ad un identico pericolo, occorre saper cambiare le proprie strategie di management: occorre, in altre parole, passare dall'”essere in relazione”, tipico delle economie globalistiche all'”essere in comune”, tipico delle realtà comunitaristiche. Più interazioni, quindi, ma tali da creare sinergia piuttosto che autonomia. Le misure efficaci per affrontare una crisi sono legate all’agire in comune.

di Luigi Gentili

tratto da: https://luigigentili.webnode.it