Conoscenza e nuove professionalità nell’economia digitale

La parola ‘conoscenza’ fa parte da sempre del lessico dell’ economia teorica, che però se ne è occupata in modo specifico solo in epoca recente.

Per citare un nome di rilievo, quello di Adam Smith, ricordiamo solo che per questo autore la conoscenza è in essenza un processo dinamico, che si evolve nel tempo e che consiste principalmente nel creare nuove connessioni tra le risorse economiche, in modo da individuarne nuovi usi per uno sfruttamento più razionale delle stesse.

Nei secoli successivi all’elaborazione di Smith, il pensiero economico non si dedica molto al problema della conoscenza – termine che viene usato in modo praticamente interscambiabile con quello di ‘informazione’.

Per Friedrich Hayek, che negli anni ’40 del secolo scorso ritorna sulla questione, per essere usata in modo funzionale all’ attività economica la conoscenza-informazione deve essere parcellizzata e dispersa tra i vari agenti,  siano essi produttori o consumatori.

E’ solo all’inizio degli anni ’60 che un economista austro-americano, Fritz Machlup, dedica all’argomento un trattato ad hoc. Nel suo lavoro, in cui analizza il tema della produzione e distribuzione della conoscenza nell’ economia americana, Machlup adotta un approccio molto pragmatico, che lo porta a coniugare la questione con quella della contabilità nazionale. Per la prima volta, dunque, il tema della conoscenza viene circoscritto all’ambito dell’ attività produttiva (lasciando da parte il consumo), e più specificatamente del suo settore industriale.

Inoltre, con questo lavoro pionieristico si apre la strada a un processo analitico che collega le attività basate sulla conoscenza alle capacità cognitive e, quindi, ai meccanismi di apprendimento (strutture educative).  Un problema, quest’ ultimo, che rimanda direttamente a questioni di policy e, quindi, alla valutazione degli effetti economici  delle misure poste in essere per incentivare la ricerca scientifica e il progresso tecnico.

Questo ‘programma di ricerca’ si discosta notevolmente dalle trattazioni più squisitamente teoriche del tema della conoscenza – che, ad esempio nell’ analisi delle aspettative, si incentrano sull’ uso che della conoscenza  fa il cosiddetto ‘agente rappresentativo’, per il quale essa è esclusivamente lo strumento che permette una stima corretta delle probabilità del verificarsi di determinati set di situazioni.

A proposito di quella che potremmo definire la forza ‘dinamica’ della conoscenza, di smithiana memoria, un riferimento a parte va fatto a tutto il corpus teorico alla base dell’ economia della crescita (growth theory), nel quale, pur se si riconosce il notevole apporto del progresso tecnico allo sviluppo dell’ economia, a cui esso contribuisce in misura determinante, in realtà questo particolare ‘fattore di produzione’ rimane inspiegato nella sua genesi.  Il cambiamento tecnico (in particolare nei lavori di R. Solow, il rappresentante più illustre dell’approccio neoclassico alla teoria della crescita) viene considerato alla stregua di un elemento ‘residuale’, e, seppure elevato al ruolo di fattore di produzione dominante, non vengono spiegati i meccanismi che lo generano.

Un’ ottica tutta diversa è quella che emerge nella letteratura, a partire dai primi anni ’80, con l’ affermarsi dei cosiddetti modelli di crescita endogena, nei quali la conoscenza, assieme agli investimenti in capitale umano e al diffondersi delle innovazioni, sono considerati gli elementi cruciali per spiegare la crescita delle economie nazionali.

L’ idea della crescita ‘endogena’ (le cui modalità si spiegano cioè dall’interno del sistema economico, e sono quantificabili) permette il nascere di un filone di indagine più orientato alla policy, sostanziato dalla tesi secondo cui ad essere ‘esogeni’ sarebbero in realtà i meccanismi che sovrintendono alla ripartizione funzionale del reddito.

Nel momento in cui si studiano gli effetti della conoscenza sul mercato del lavoro, nuova attenzione viene quindi dedicata alla dimostrazione di come la distribuzione del reddito sia in grado di influenzare la crescita, e quindi al ruolo della politica fiscale nei possibili cambiamenti degli assetti distributivi (Alesina, Rodrick, Persson e Tabellini).

Nel frattempo sono andati avanti i processi che porteranno all’ emergere della ‘Quarta Rivoluzione Industriale’, incentrata sulla tecnologia digitale. L’affermarsi di questa nuova tecnologia significa che la conoscenza non viene più solo creata o diffusa, ma può essere anche semplicemente replicata e codificata; ciò avviene grazie alle varie declinazioni dell’Intelligenza Artificiale (IA), che vanno dal cognitive computing alla robotica avanzata. Alla grande ‘discontinuità’ che, secondo P. Drucker (1969), a seguito dello sviluppo delle tecniche si ha nei processi di conoscenza e nel mercato del lavoro, subentra a partire dagli anni ’90 dello scorso secolo quella che è stata definita una ‘disruptive innovation’, in grado di mutare radicalmente i rapporti tra gli individui e le organizzazioni.

Infatti, un elemento molto significativo che si sta progressivamente evidenziando sono le ricadute sociali dell’ evoluzione ultima che caratterizza l’ Economia 4.0, e ciò soprattutto in relazione alle nuove figure professionali legate al mondo della conoscenza – sempre più incentrata sul digitale – e ai nuovi ‘registri’ in cui si articolano i loro rapporti di lavoro.

Nel clima postfordista attuale, e nel contesto della globalizzazione, vengono infatti esternalizzati anche i servizi professionali, e in particolare quelli legati all’economia digitale. Emerge dunque quella figura professionale, con competenze spesso molto sofisticate, che è stata definita ‘lavoratore autonomo di seconda generazione’ (Fumagalli Bologna): si tratta di professionisti ‘atipici’, i cui redditi dipendono non da clienti individuali (come ad es. nel caso di medici o avvocati) ma dal rapporto di committenza che sussiste con un’ impresa.

 Particolarmente in Italia, paese che si caratterizza per i bassi tassi occupazionali e il livello insoddisfacente di attività legate all’ innovazione, a questi nuovi professionisti viene richiesta una flessibilità molto elevata (anche psicologica) a causa della mobilità, sia spaziale che interimpresa, che regola la loro attività. Una ricerca recente (Semenza Mori) sulle competenze e le professioni legate all’ economia digitale definisce in modo pregnante ‘lavoratori apolidi’ questi freelancer che, apparentemente più liberi di tanti altri lavoratori, di fatto accostano alla loro indipendenza una situazione endemica di perdita di sicurezza e, in parte, anche di status.

I nuovi ‘soft skills’ richiesti dall’ economia digitale – che spesso fanno perno su doti interpersonali come la capacità comunicativa, l’adattabilità e la creatività, – vedono questi nuovi professionisti rapportarsi a imprese che hanno perso qualunque senso di comunità e territorio di riferimento.

L’ economia teorica non è ancora ben attrezzata per ‘ modellare’ queste nuove imprese, e neppure questo tipo di capitale umano. Tra l’altro, i dati empirici non permettono ancora di affermare con certezza se questa nuova economia basata sulla conoscenza crea o distrugge posti di lavoro. E non è certo questione da poco.

di Stefania Jaconis